Didier Drogba

Tu sei un buon giocatore, ma se vuoi diventare un campione come Thierry Henry, Ronaldo, Ruud van Nistelrooy devi giocare in Inghilterra, nella mia squadra- (Josè Mourinho)

Estate 2004. Il tecnico portoghese è stato appena assunto da Roman Abramovic come allenatore del Chelsea. Non una scelta da poco o banale, perchè sono questi i giorni in cui si scrivono i primi capitoli di un connubio vincente che cambia, per sempre, la storia della società. Il magnate russo vuole infatti portare il club londinese ai vertici nazionali e mondiali e per questo non bada a spese, comprando tra gli altri Petr Cech, Ricardo Carvalho, Tiago e Robben. Manca una punta.

Mourinho può chiedere, di fatto, quello che vuole. Ma quando viene interpellato al riguardo, il nome che fa sorprende tutti, Abramovic compreso: Didier Drogba.

Il costavoriano è un nome poco noto al grande palcoscenico internazionale che ha iniziato a calcare solo la stagione precedente, venticinquenne, con il Marsiglia (32 reti in 55 presenze); Mourinho però lo ha messo nel radar, seguendolo specialmente in Coppa Uefa dove trascina la sua squadra sino in finale (poi persa con il Valencia). Così, con un assegno di quasi 36 milioni di euro, i blues portano a Londra l’attaccante; è il 18 luglio 2004 e nessuno, quel giorno, aveva intuito.

La Premier non era pronta. L’Europa non lo era. Nessuno lo era, tranne Didier.

Didier Drogba non è stato semplicemente il finalizzatore di quella squadra spietata, cinica e cannibalesca, che dominerà per due stagioni il campionato inglese; ne è stato simbolo, emblema e guida, come si evince dal rapporto connaturato con i tifosi blues. Una connessione fotografata da baci, dalla iconica scivolata e da quelle braccia aperte e vibranti ad aprire il suo mondo; il mondo di un uomo vincente e mai banale. Un uomo in grado di scrivere la storia del suo club, in una magica notte di Monaco, ed in grado, insieme ad i suoi compagni di nazionale, di festeggiare la prima qualificazione ad un mondiale supplicando (in ginocchio) il proprio popolo di deporre le armi.

Era il 2005. Ma poco conta. Perché personaggi come Didier Drogba non possono essere catalogati in spazi temporali, ma sopravvivono alle leggi del tempo e ne scrivono di proprie; il destino degli immortali.

Pierluigi Cuttica