Frank Lampard

Lamps, Super Frank: scegliete voi.. Cambia poco quando si parla di uno dei centrocampisti più forti, non solo del football inglese, ma dell’intero panorama mondiale dell’ultimo ventennio: Frank Lampard.

Un predestinato, forse, uno che è divenuto calciatore ancora prima di mettere il primo paio di scarpini, uno che ha conosciuto, e saputo gestire, da subito una pressione inevitabile in una famiglia nel cui sangue scorreva calcio. Il padre, Frank Richard George Lampard, e lo zio sono state figure fondamentali nella sua formazione: il primo, secondo calciatore con più presenze nella storia degli hammers, è stato rigido e meticoloso, facendo crescere il giovane Frank su parametri elevati di serietà, professionalità e senso di autocritica.

Harry Redknapp, lo zio, ne è stato il primo allenatore ed insieme al padre fu artefice della sua promozione in prima squadra. La vicenda fece parlare, per presunti favoreggiamento avuti dal ragazzo; il campo, negli anni successivi, renderà ciò una semplice leggenda metropolitana.

Dopo nove anni passati al West Ham, passa ai rivali del Chelsea per undici milioni di sterline nel giugno 2001: sarà la svolta della carriera. Con i blues in tredici anni vince tutto, divenendone bandiera e leggenda, nonché miglior marcatore di sempre della storia del club; il fatto che questo record lo ottenga un centrocampista centrale, valorizza ancor di più i numeri del ragazzo di Romford. Che non fa della tecnica (che non manca, sia chiaro) la sua forza, che risiede piuttosto nella corretta lettura delle azioni offensive della propria squadra, che lo porta a trovare sempre il momento giusto per l’inserimento. Lampard prima di tutto è un ragazzo intelligente (nel 2009 viene resa pubblica una notizia secondo la quale avrebbe un quoziente d’intelligenza sopra la media), che nel corso della sua carriera gli permette di apprendere molto da tecnici importanti: Ranieri, che nei primi anni gli “insegna” la fase difensiva, Mourinho, che gli trova la perfetta collocazione come mezz’ala nel suo 433, ed infine Ancelotti che prima nega la sua cessione (proprio all’Inter di Mourinho)e poi lo ricolloca al centro del progetto, facendogli vincere il Community Shield, Premier e Fa Cup (primo nella storia del club).

Quando le primavere passano e la giovinezza è un fresco, ma amaro graffito, Lampard è costretto a lasciare il suo Chelsea e viaggia verso “la pensione americana”, ovvero il biennale con il New York City; pochi mesi dopo però torna in prestito in Premier, al Manchester City di Manuel Pellegrini. L’esordio è datato 13 settembre. Per la prima rete bisogna aspettare solo otto giorni. All’Etihad arriva il Chelsea capoclassifica di José Mourinho: blues in vantaggio con Schurrle, Cityzens in inferiorità numerica (espulsione Zabaleta), Pellegrini si gioca l’asso nella manica: Lampard per Kolarov. E’ il settantottesimo.

Al minuto ottantacinque il calcio racconta una di quelle storie che solo esso può: cross di Milner, Terry si getta per cercare di intercettare la conclusione, che invece beffa Courtois. 1-1. Marcatore? Ovviamente, Frank Lampard (che non esulta).

L’ultima postilla di una carriera leggendaria, colorata di blues. 13 stagioni. 648 presenze. 211 reti. Uno dei migliori centrocampisti moderni, un ragazzo concreto ed intelligente. Per farne capire l’importanza, chiudiamo usando le parole di quel Signore portoghese che “qualcosa ha significato nella carriera del ragazzo”: “Quando gioca bene, è il migliore in campo. Quando gioca male, è il secondo o terzo” (Josè Mourinho).

Pierluigi Cuttica